Memorie di Ottantenni Preti nostrani

 

Dai “fioretti“di

DON FILIPPO MARIA BONANNO

Filippo Bonanno


 

 

Da 53 anni, Lei è Parroco al Carmine di Casteltermini: ha battezzato migliaia di bambini, ora padri di famiglia e nonni, sparsi in mezzo mondo, durante il periodo migratorio. Molti di loro sono stati suoi “chierichetti”, e ora divenuti Preti stimati e alla direzione di servizi importanti nella nostra Diocesi. Tutti le sono rimasti affezionati e grati, anche per i “fioretti” che Lei raccontava loro, al termine della lezione di Catechismo. Ce ne vuole ricordare qualcuno?

Ero chierichetto e, nel mio borgo natio, Sant’Angelo Muxsaro, le cui origini si perdono nella preistoria, la Chiesa Madre la piazza grande sono i luoghi più importanti dell’abitato. Vi si svolgono le manifestazioni civili e religiose, che raccolgono quasi sempre popolazione.

In quanto chierichetto, mi era familiare frequentare assiduamente la chiesa, specie nelle grandi Festività liturgiche: a gennaio, per l’Epifania vistosa la cavalcata dei Magi, la grande festa di Sant’Antonio Abate, Patrono degli animali. A questo gran Santo, il porcellino è tanto caro da proteggerlo sotto un lembo del suo mandello. Alla vigilia della festa, era un correre in chiesa, per benedire le fave e l’orzo, cibo prediletto degli animali. Prima del Vespro, si benedivano anche questi ultimi.

I contadini, con le cavalcature al trotto, arrivavano da tutte le parti. Quel giorno piovigginava e faceva freddo. L’Arciprete, infreddolito ed indisposto, lasciò me, chierichetto, vestito di tutto punto e col secchiello dell’acqua benedetta, alla porta della chiesa. Mi aveva raccomandato: “Resta qui. Quando si comporrà un buon gruppo di animali, chiamami, sono in sacrista”. Ben presto, i contadini con relative cavalcature ed altri animali, si radunarono in buon numero. Il tempo minacciava  e mostravano di aver fretta. Qualcuno mi invogliò ad aspergere gli animali. Tanto quello che contava era l’acqua benedetta, quindi, che fossi io o l’arciprete, valeva lo stesso. Non mi feci pregare, e, solennemente, mi misi a benedire a tutto spiano man mano che arrivavano. Terminato il rito, tornai tranquillo in sacrestia. Il Parroco mi chiese se ci fossero animali da benedire. Candidamente, lo informai che li avevo benedetti tutti.

Il buon Arciprete mi voleva bene, sorrise posò la sua manona sul mio capo. Fu anche per questo per questo che entrare in Seminario, per me, fu quasi una destinazione naturale e logica. Ma, per la verità, il giorno della partenza fu piuttosto triste: mio padre si era infebbrato, e non paté accompagnarmi. Si prestò il signor Pirrito, il carrettiere, doveva andare a Porto Empedocle a fornirsi di utensili per la bottega; tornava, quindi tanto opportuno, dovendo portare io il materasso, una sedia e la biancheria necessaria. Arrivai in seminario ammaccato e triste per il distacco dai miei. Il carrettiere mi consegnò al precettino della camerata, che mi aiutò a preparare il letto e sistemare la biancheria dell’armadietto. Terminato, me ne stetti seduto e triste, come vedevo fare al mio cane, quando mio padre lo metteva a guardare la roba.

Non sapevo, tuttavia, che l’indomani avrebbe avuto inizio una vera prova del fuoco: gli esercizi spirituali. Duecento seminaristi, dai dieci a ventitré anni, riempivano la Cappella. Un Padre Gesuita, dalla voce arrochita, presentava le Meditazioni (quattro di circa un’ora ciascuna, due in mattinata e due nel pomeriggio, con aggiunta di esame di coscienza, lettura spirituale, e preghiera della buona morte, che a noi più piccoli faceva accapponare la pelle).

Dovetti aspettare oltre un mese, per potere riabbracciare mio padre. I genitori ed i parenti stretti, potevano farci visita ogni quindici giorni, ed io aspettavo che il portinaio, con l’elenco dei “fortunati “, si affacciasse al balcone che dava sulla palestra per pronunziare anche il mio nome. Venne la volta buona: “Padre Bonanno, al portone!”. Quell’appellativo “Padre” premesso al mio cognome, mi soprese alquanto, inducendomi a fare uina smorfia. Don Luzzo, il portinaio mi aveva acclamato “Padre”. Da allora, mi sono identificato nel binomio: Padre Bonanno.

Tralascio di ricordare spaventi, angosce e privazioni duranti per anni durante la guerra. Giunto al liceo, ben voluto dai superiori , mi fu affidato l0incarico di alzarmi più presto degli altri (alle 4,30), per accompagnarmi con un cameriere a comprare frutta e verdura al mercato che si teneva nella piazza Ravannusella. Sono stato sacrista e precettino di camerata.

 

Articolo di Stefano Pirrera tratto dall’Amico del popolo

 

(1/2 continua)